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INTERVISTE-PROFILI - 27/10/2009
4 chiacchere con Mirco Di Tora
Al Meet di Casalpusterlengo

Durante il 1° Meeting di Casalpusterlengo, l’amico Ottavio Donadoni, ha avuto modo di scambiare due parole con Mirco di Tora, uno dei migliri specialisti del dorso italiano nelle ultime due stagioni. L’atleta durante la giornata di competizioni, trascorsa assieme ai compagni di squadra del Nuoto Club Azzurra 91, Livia Travaglini e Paolo Facchinelli, ha avuto modo di lasciare a tutti i presenti, ma proprio a tutti nessuno escluso, un bellissimo ricordo in termini di disponibilità, simpatia, calore umano. Qualità che inevitabilmente emergono anche dalle dichiarazioni da lui rilasciate nell’intervista che segue.

Che significato assume per un atleta l’aver preso parte ad una finale mondiale? Cosa cambia in termini di consapevolezza, impegno durante la pratica di allenamento, percezione della propria dimensione?

Allora, cosa si prova…. E’ un’emozione stupenda, esageratamente intensa, soprattutto vivendola da atleta di casa, perché quando entravo, facendo il mio ingresso in vasca mi rendevo conto che gran parte di quelle urla e di quel tifo erano rivolte a me, e questo mi caricava tantissimo.

L’ho già detto, è stato un po’ come entrare nel Watercube, quando ad ogni ingresso per una finale c’era un clamore esagerato, ma allora era diverso, perché era per gli atleti cinesi. Essere a Roma e ricevere il tifo in quel modo è stato unico.

Cosa cambia….. Mi ha dato sicuramente una nuova spinta motivazionale. Perché non lo considero un punto di arrivo. Mi piacerebbe che questo fosse un punto di partenza per continuare a migliorarmi in questi anni.

Dopo la gara hai individuato nella fase subacquea un tuo punto debole nei confronti degli avversari. Vorrei chiederti se ora in allenamento stai cercando di curare questo particolare e in che modo.

Si, lo confermo perché riguardando le gare, anche a distanza di giorni, io e il mio allenatore ci siamo accorti che nel confronto coi migliori interpreti mondiali in questa disciplina pago dazio nelle apnee, soprattutto nell’uscita, gli ultimi due metri, durante la fase di risalita in superficie.

Adesso stiamo cercando di migliorare questo dettaglio attraverso degli esercizi mirati, anche se emergono proprio le mie difficoltà in questo, a maggior ragione ora che mi sto concentrando di più su questa fase della nuotata, che è fondamentale su un cinquanta, ma anche su un cento, le distanze più veloci, che sono anche le mie preferite.

Volevo farti una domanda riguardo la tua evoluzione che è stata molto particolare, perché sei stato “ai vertici ma non AL VERTICE” del nuoto di categoria in Italia. Ma successivamente, quando hai iniziato a disputare gli assoluti sei stato interprete di un’escalation straordinaria dal 2006 al 2009. A cosa è dovuta questa tua parabola completamente diversa da molti altri nuotatori di prima fascia del nuoto italiano: impegni scolastici, acquisizione tardiva della consapevolezza agonistica, programmi di allenamento che ti hanno completamente preservato quando eri adolescente?

Sicuramente sono stato molto preservato quando ero adolescente, perché fino a quando non mi sono iscritto all’università, quindi verso il periodo d’età dei 18-19 anni non avevo mai fatto un doppio allenamento.

Veramente!?

Si. Io ho sempre nuotato al Centro Nuoto Copparo del quale conservo un bellissimo ricordo. E’ una squadra di provincia nella zona di Ferrara. Nuotavo una volta al giorno, sempre in vasca da venticinque, tutto l’anno. Dopodichè, sia per motivi di studio, sia per motivi legati al nuoto e alla possibilità di una mia crescita personale, nella quale speravo, mi sono spostato a Bologna, all’interno della squadra Azzurra 91 e contemporaneamente all’interno del gruppo sportivo militare Fiamme Oro che mi ha dato la tranquillità di potermi dedicare completamente al mio sport.

Avendo garantiti uno certo stipendio e una certa flessibilità e la possibilità di essere aiutato nelle difficoltà che lo sport poteva presentare, ho iniziato a fare i doppi allenamenti, ho iniziato a vedere quotidianamente la vasca da cinquanta e a lavorare in palestra e tutti questi fattori hanno contribuito contemporaneamente alla mia crescita.

Quindi hai scoperto una competitività che a 18 anni non pensavi di avere, voglio dire che probabilmente non ti proponevi neppure gli obbiettivi che poi hai conseguito…

No. Erano sogni che penso che ogni ragazzo abbia in qualsiasi sport, come il sogno di partecipare alle olimpiadi. Per me è stato un sogno che si è realizzato, anzi ho avuto la fortuna di disputare anche una finale olimpica e per questo devo ringraziare gli altri tre ragazzi che assieme a me hanno disputato la staffetta.

E’ recentemente scomparso Alberto Castagnetti, il commissario tecnico della nazionale. Ti senti di dirci qualcosa in suo ricordo. Vorrei poi chiederti quanto pensi potrà pesare la sua scomparsa su quello che è l’ambiente della nazionale, non solo da un punto di vista emotivo ma anche sui programmi tecnici.

Per quanto riguarda i programmi tecnici penso che questo influirà maggiormente sugli atleti che lui seguiva in prima persona a Verona e non so come faranno adesso come adesso, ma il vuoto che lascia è un vuoto che sentiremo TUTTI perché era una persona che sapeva garantire tranquillità al gruppo e sapeva dare le giuste motivazioni anche con una certa ironia pungente. Io ricordo la prima convocazione in nazionale per una tappa di coppa del mondo a Berlino due anni fa. Io arrivai e feci anche il mio record, in vasca corta ovviamente, come tutte le gare di coppa del mondo, e lui volendo congratularsi con me riuscì a dirmi “ Và bene, va bene Mirco, però questo tempo da te lo voglio anche in vasca lunga”. Era un motivatore.

Il tuo allenatore mi ha detto che per te è molto importante disputare la gara, il confronto continuo con la competizione.

(Sorridendo). Secondo me il mio allenatore ha detto questo perché serve soprattutto a lui per poter capire a che punto sono in termini di condizione fisica, perché in allenamento non sono molto attendibile, sono un atleta molto imprevedibile.
Riesco ad esprimere il meglio di quello che posso nuotare in un certo momento solo in gara, perché è in gara che riesco a trovare gli stimoli e le motivazioni che mi consentono di tirare fuori il 100% di quello che ho.

Vorrei chiederti due cose, forse in parte sono correlate. Primo in Italia inizia ad esserci un movimento abbastanza importante nelle gare dei 50 metri, movimento che riguarda soprattutto le nuove generazioni. Ritieni che sia in atto un cambio di mentalità da parte di una nazione che ha sempre avuto una forte tradizione nelle gare dei 200 metri? Secondo, molti di questi atleti che hanno 3-4 anni meno di te stanno diventando dei tuoi avversari, come li vedi?

(Sorridendo) Eeeeh…li vedo bene, molto bene anche se però mi fanno sentire vecchio e questo non mi piace perché mi sento ancora giovane.
Ho solo 23 anni, però mi trovo a fare delle gare con dei ragazzi di 18-19 anni che già vanno fortissimo e mi fanno sentire un veterano e a me non piace questa cosa perché vorrei essere considerato uno di loro.

E per quanto riguarda questi velocisti così giovani pensi sia in atto un cambio di mentalità, nel modo di allenare, stiamo diventando più attenti ad allenare i velocisti o è solo una fase in cui abbiamo avuto la fortuna di ritrovarci degli atleti particolarmente dotati sulla velocità.

No, non penso sia un caso. Loro sono sicuramente molto dotati e lo dimostra come si sono affacciati ai mondiali i giovani che vi hanno preso parte, perché si sono subito messi in evidenza in modo deciso, però alla base di tutto questo c’è sempre un lavoro svolto dalle squadre che scelgono di puntare sulle loro caratteristiche.
Penso inoltre ci sia più lavoro in palestra e questo permette ad un velocista di emergere prima rispetto a qualche anno fa.
L’importante è che questo sia il presupposto per un continuo miglioramento, non è positivo arrivare a 15-16 anni a livelli incredibili, tali da stupire tutti ai campionati giovanili, per poi rimanere stabili per una vita.

Concludo col dire che oggi sono particolarmente contento di aver iniziato qui la mia stagione perché non è un meeting qualunque ma alle spalle ha il nobile intento di contribuire alla ricerca contro l’Alzheimer e, insomma, spero di aver dato il mio contributo.

Nella foto sopra Mirco in compagnia del suo tecnico Fabrizio Bastelli (PH IL BO Emilia).

ROMA 2009 - SEMIFINALE 50 DORSO CON R.I.
 
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